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Buoni pasto

Buoni pasto e liberi professionisti o imprenditori privi di dipendenti.

I buoni pasto sono documenti, cartacei o elettronici, che consentono al possessore di ottenere alimenti, bevande o prodotti gastronomici pronti da consumare presso esercizi convenzionati. Funzionano come un servizio sostitutivo della mensa aziendale, con un valore pari all’importo indicato sul buono.

Viene tipicamente previsto dai contratti di lavoro subordinato o parasubordinato e, nel caso in cui venga erogato alla generalità dei dipendenti e nel rispetto di determinate condizioni, gode di un regime fiscale e previdenziale di favore. Può essere speso solo in pubblici esercizi come bar, ristoranti da asporto o nelle gastronomie di supermercati convenzionati con le società emittenti i buoni stessi, oppure anche presso negozi di generi alimentari per acquistare alimenti.

Il buono pasto per il libero professionista o imprenditore

Con il recente ingresso di un nuovo operatore fintech nel settore dei buoni pasto, è facile imbattersi in pubblicità e contenuti social che promuovono l’utilizzo dei buoni pasto non solo per i dipendenti, ma anche per l’uso diretto da parte di professionisti/imprenditori individuali.

Ovviamente nulla vieta che il libero professionista individuale possa utilizzare il buono pasto per il proprio fabbisogno personale, ciò però non consente di superare la disciplina fiscale che regola la deduzione del costo e la detrazione dell’Iva, non essendoci in questo caso una specifica disciplina normativa che ne regoli una particolare esenzione fiscale e contributiva.

In sostanza, l’utilizzo del buono pasto non modifica (fiscalmente parlando) per il professionista o imprenditore individuale la fattispecie di acquisto di alimenti o di consumazione all’interno di un locale; per meglio intenderci, esso non rende deducibile/detraibile ciò che altrimenti non lo sarebbe.

Di conseguenza, gli scenari tipici in cui è possibile dare rilevanza fiscale alla somministrazione/acquisto di alimenti e bevande si limitano alle spese di trasferta (quindi il pasto consumato durante un viaggio di lavoro) o alle spese di rappresentanza (eventi promozionali, regali aziendali, omaggi ai clienti, sponsorizzazioni e iniziative di pubbliche relazioni).

Conclusioni

Insomma, l’utilizzo personale di buoni pasto da parte dei professionisti/imprenditori è una operazione sostanzialmente inutile dal punto di vista fiscale, non mutando la stessa deduzione/detrazione della spesa.

Né è pensabile che il buono pasto possa essere usato per operazioni (generalmente svolte dai dipendenti) come, ad esempio, il pagamento della classica spesa al supermercato, in quanto tale acquisto è indeducibile ai fini Irpef, e l’Iva indetraibile (come detto sopra), esattamente come lo è nel caso in cui il pagamento avvenga con denaro (cartaceo o elettronico).

Si può ipoteticamente pensare ad un utilizzo dei buoni pasto connesso ad maggiore una comodità nella documentazione della spesa (ricevo una fattura da parte della società emittente e non devo quindi chiedere la fattura al ristoratore), ma la necessità di documentare l’inerenza della spesa comporterebbe la necessità di esibire all’eventuale accertatore anche i giustificativi (contenenti importo/beneficiario del buono/data, ora e luogo della somministrazione) dei pasti consumati da riscontrare con la documentazione probatoria della trasferta, moltiplicando il numero di documenti da conservare ed esibire. Non impossibile, ma disagevole dal punto di vista pratico.